Ho letto questo libro dal titolo fantastico: "Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese" (Aldo Nove - Einaudi).
Di questi tempi l'argomento precari va di moda, e questo credo sia un bene.
Nel 1998 un giornalista che conosco, Paolo Soglia, scrisse un libro molto simile. "A caccia di orologi" si intitolava. A quei tempi ancora si parlava poco del problema. Ci si illudeva che questa flessibilità portasse, oltre alla fatica e all'insicurezza, una buona dose di creatività e un nuovo approccio al lavoro: più libero, meno vincolato a orari e luoghi. Già da allora se ne evidenziavano i rischi e le difficoltà, ma a distanza di otto anni, il quadro si è decisamente tinto di nero.
Il libro di Paolo Soglia per certi aspetti era anche divertente, quello di Aldo Nove è drammatico, senza spiragli.
Ci ho ritrovato sparsi qua e là pezzi della mia storia, dal servilismo nell'ambiente universitario, alle pratiche di mobbing, all'uso consapevole della falsità e del ricatto che chi ha potere esercita nei confronti dei lavoratori più deboli.
Ho 40 anni anche io, ma non guadagno 250 euro al mese. Insomma mi va bene, lo stipendio che porto a casa è dignitoso e questo mi iscrive automaticamente nel novero dei "fortunati".
A tutti quelli che lavorano nelle mie condizioni, viene spesso rimproverata l'incapacità di adattamento e l'ambizione a un posto di lavoro sicuro viene scambiata per fancazzismo congenito. Le garanzie, ciccini belli, non esistono più. Avete davanti due generazioni di pubblico impiego, sedute comodamente sulle loro poltroncine girevoli. Sicuri, inamovibili, protetti. Ecco non li guardate nemmeno, non è roba per voi. Quei tempi sono finiti, ora datevi da fare per dimostrare quel che valete. Siate autonomi, propositivi, dinamici, professionali, aggiornati. Non vi adagiate mai.
D'accordo.
Prendiamo atto di questa cosa: nessuna garanzia per il futuro, nessuna tutela contro malattie e incidenti, no previdenza per la vecchiaia. Chiudiamo gli occhi e andiamo avanti così, un giorno dietro l'altro.
Ecco, un giorno dietro l'altro. Su una cosa le interviste che ho letto nel libro di Nove sono illuminanti: la quotidianità del lavoratore precario. Facciamo finta che non ci importi del futuro, che saremo in grado di badare a noi stessi, che siamo in salute e che vecchi non ci diventeremo (basta suicidarsi prima che avvenga). Accettiamo il gioco, e restiamo nell'oggi.
I signori datori di lavoro, nel pubblico e nel privato, che tanto ci tengono alla flessibilità, mancano completamente delle più elementari norme sul rispetto del lavoro degli altri. Il problema di chi è precario non è solo nel futuro, ma anche nell'oggi. Vivi tutti i rapporti nell'ambiente di lavoro secondo una modalità distorta che a poco a poco ti si insinua nella mente e non va più via. Sei ricattabile e di fatto ricattato in silenzio ogni minuto, ogni ora. Il rapporto con i superiori è alterato: il "capo" non è una persona che dirige e controlla il tuo lavoro e alla quale devi rispondere. E' colui che ha potere di vita o di morte su di te. Guai a farlo arrabbiare, guai ad alzare la testa, guai a discutere: basta una sola parola e addio rinnovo del contratto. Le relazioni, che sono sempre importanti negli ambienti di lavoro, diventano necessarie alla tua sopravvivenza. Sei precario, ti possono mandare via da un momento all'altro. Quanto sarà importante l'occhio benevolo della segretaria? E quello del portiere che sa tutto di tutti? E i tuoi colleghi cosa pensano di te? Ce la metterebbero una buona parola? Oppure no?
Così tutto diventa opprimente, soffocante. Quasi non te ne accorgi e il tuo universo di relazioni legate al lavoro è un universo di persone da compiacere a ogni costo. Ogni minimo dettaglio ti spaventa. Ogni piccola cosa che fai e che dici potrebbe avere ripercussioni sul tuo futuro. E allora ti trovi a stare attento a tutto, a come sei vestito, a come dici buongiorno al mattino, a chi è amico di chi e perché. Hai paura e qualsiasi piccolezza diventa un possibile segnale. Perché quel collega mi ha detto quella cosa? Non vorrà farmi capire qualcosa? Oddio non avrò risposto male al capo? Si è offeso? Avrò fatto bene o avrò fatto male a imputarmi su quella questione?
Ecco per resistere a tutto questo occorre tanto coraggio e tanta consapevolezza. Bisogna riconoscere dentro noi stessi tutte queste vocine perfide. E mica ce le stiamo inventando, affatto. I rapporti sono veramente così: non c'è spazio per la reciprocità o per il dialogo. Tu sei debole, e loro sono forti. E' una questione di potere pura e semplice, brutale. Certo quando lavori hai sempre a che fare con qualcuno che ha più potere di te. Ma le cose cambiano, e cambiano alla grande, quando la tua debolezza è totale, quando non esiste nessun meccanismo in grado di proteggerti.
Io penso che si debba fare la rivoluzione, dentro di sè in primo luogo. Non farsi schiacciare da questa realtà, resistere e alzare la testa. Non piegarsi. Ma ci vuole una dose di coraggio enorme, una fiducia sconfinata in se stessi e nel mondo. Bisogna rischiare del proprio, ogni giorno. Imparare a dire di no, combattere per i propri spazi e per la propria dignità, in un ambiente in cui è pericoloso farlo. Sei senza paracadute. Solo che non hai alternativa: o soffochi un po' di più ogni giorno, o alzi la testa e rischi.
E' una bella merda tutto questo, lo riconosco.
Ma vale la pena pensarci... perché appunto il problema non è solo il domani, ma è l'oggi, è la palude di paura e di ricatto in cui nuoti ogni giorno. Guai a farsela piacere e a pensare che sia normale. Perchè non lo è, per niente. E' solo l'ulteriore effetto perverso di questa falsa flessibilità, che sta creando una generazione di lavoratori senza un barlume di dignità e riconoscimento.
Questo è il medioevo.
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