Ci sarebbe forse qualcosa da dire sul fatto che fa caldo, la città diventa molle e appiccicosa, e ogni gesto si fa pesante e faticoso.
Il tempo gira in tondo, anche se facciamo finta di non saperlo e ci ostiniamo a pensarlo come una linea retta che tende all'infinito. Settembre piena di energie e di voglia di fare, dicembre vagamente felice e soddisfatta, marzo stanca e fragile, giugno estraniata e proiettata altrove.
Gira in tondo, ma niente torna esattamente come prima. C'è sempre qualcosa che si è mosso, che si è spostato, in modo impercettibile e in genere te ne accorgi solo dopo tre o quattro giri.
Tra l'altro è cambiata la mia città, e questo mi fa sentire un po' vecchia perché io mi ostino a pensarla sempre uguale. Se al posto di una cartoleria compare un negozio di intimo, posso passarci davanti anche mille volte, ma nella mia memoria lì ci sarà sempre la cartoleria, e mi innservosisco ogni volta che devo constatare che così non è.
I giornali non fanno altro che parlare del degrado di qua e di là, ma io continuo a pensare che via Zamboni sia piena di studenti, che al Pratello si sta in compagnia e ci si diverte, che ci siano i fighetti da Zanarini al pomeriggio, i liceali che si trovano davanti al Righi il sabato sera, i giardini estivi dove ascolti la musica gratis e una birra costa mille lire.
Ieri sera mi faccio tutta via Zamboni da sola per rientrare a casa. Mi fermo a comprare le sigarette al distributore automatico. C'era uno ubriaco che faceva la guardia. Come un parcheggiatore abusivo. Mentre frugavo in cerca di spicci, mi sussurra di mettere prima le monete piccole e poi quelle grandi perché altrimenti la macchina si blocca, mi istruisce sul fatto che devo premere forte il bottone sopra, e non quello sotto. Poi quando cerco di andare via mi chiede dei soldi, io tiro dritto e lui mi urla dietro: fai finta di non sentire eh? stronza. Ho una gran voglia di mandarlo a fare in culo, ma mi trattengo.
Continuo a camminare e mi rendo conto di essere inadeguata, ho un vestito troppo corto, un po' di tacco che mi fa ondeggiare. Un altro ubriaco mi viene incontro con una bottiglia di birra in mano. Scarto a sinistra e lo evito. Passo di fianco al comunale e ci sono tre poliziotti che camminano, vederli mi fa sentire meglio, e questo pensiero mi procura disagio.
Una volta la vista della polizia mi inquietava. In qualsiasi situazione, vedere degli esseri umani armati mi faceva sentire potenzialmente in pericolo. Solo per la semplice constatazione che quella cosa che portavano agganciata alla cintola poteva uccidere in un batter d'occhio; non perché ce l'avessi con le forze dell'ordine, o perché non mi fidassi, era proprio una cosa istintiva.
E poi a casa, cercando di prender sonno in un letto accaldato e sudato, e la finestra aperta. C'era musica che veniva da fuori, forte, assordante. Una vera impresa dormire.
Allora mi alzo sbuffando, con il pensiero dell'impiegato: e che cazzo, domani devo andare a lavorare io. Mi piazzo sul divano in mutande, davanti alla finestra aperta, e resto così, ad ascoltare i suoni della notte bolognese. Mio malgrado mi tocca anche la colonna sonora della perfomance sessuale della coppia del palazzo accanto, comprensiva di coccole e paroline soffiate, e doccia finale.
Alla fine tutto tace, la musica e i rumori della casa accanto. Sono quasi le due. Finalmente un po' di gente se ne va a dormire e forse posso provare a fare lo stesso anche io. Invece no. All'improvviso non ho più sonno. Mi ricordo altre notti estive, quando al mattino successivo non avevo l'obbligo di alzarmi presto, e mi sentivo così libera, senza vincoli di sorta. Potevo assecondare l'insonnia come mi pareva, tv, computer, libri. Ecco... libri. Prendo quello che ho appena comprato, accendo la luce piccola, e mi metto a leggere. Fanculo al pensiero dell'ufficio il mattino dopo.
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