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martedì, 27 dicembre 2005
Regali

Marco mi ha regalato dei cd di Fabrizio De Andrè.
Mio padre i romanzi di Tracy Chevalier.
Molte delle canzoni di De Andrè si intonano perfettamente a quelle letture. Una contadina protestante del XVI secolo, una serva Olandese della metà del '600. Ballate antiche, sapore di mistero, di oscurità e vitalità assieme.

Potrei mettermi a delirare sulla bellezza dell'arte, musica e letteratura. Non sono discorsi che fanno per me a dire il vero. Ma mi sono commossa leggendo e ascoltando, non avrei mai smesso.
Cose così mi riconciliano con la vita, tanto quanto la doccia.
Mi hanno toccato l'anima... si può dire?

E' stato mio padre a indirizzarmi alla lettura. L'ha fatto in un modo meraviglioso, appropriato. A casa nostra c'era una grande libreria. Lui ogni tanto tirava fuori un romanzo e mi diceva: prova questo. Se dopo qualche pagina non mi piaceva, glielo dicevo. Lui lo metteva via e me ne passava un altro. Mai a casaccio, cercava di capire cosa poteva piacermi e cosa no. Quando trovavo qualcosa che mi piaceva allora andavo avanti da sola. Cercavo nella libreria tutti i romanzi di quell'autore e li leggevo uno a uno finché non avevo finito. Ho scoperto Buzzati in questo modo, e Amado, e King... tutti autori diversissimi tra loro. A volte mio padre di stupiva, non capiva bene il perché una cosa mi andasse e un'altra no. In effetti non lo capivo nemmeno io. Ho sempre avuto un gusto selvatico per le letture, non era mai indirizzato nè educato in nessun modo. Semplicemente qualcosa funzionava e qualcosa no. Mi piaceva Svevo e odiavo Verga. Amavo l'horror ma non sopportavo il fantasy. Ho pianto leggendo "Uomini e topi", ho avuto paura con Poe, ho riso tantissimo con i libri di un autore italiano di cui non ricordo il nome, in cui si parlava di extraterresti mi pare.
Il mio primo libro è stato "Il giornalino di Gian Burrasca". Ero davvero piccola allora, facevo la seconda elementare. Tenevo in mano una matita rossa e sottolineavo tutte le parole che non capivo, poi quando mio padre tornava a casa la sera gli chiedevo il significato di tutte.

Con la musica invece non ho mai avuto un buon rapporto, anche se a casa mia se ne ascoltava molta, classica soprattutto. Non mi sono mai troppo interessata, a parte certe passioni adolescenziali, tipo quella per Jim Morrison.
Posseggo pochissimi cd, e quasi tutti di De Andrè. Lo ascolto per giorni e giorni finché non mi viene la nausea, e allora smetto per un po'. Non so la musica mi ha sempre fatto questo effetto, dopo un po' mi satura.
Una volta andai a sentirlo in concerto. Era il periodo dei miei attacchi di panico. Stavo malissimo e volevo fuggire. A un certo punto mi misi a piangere e dissi all'amica che era con me, l'Ale, che mi doveva portare a casa.
L'Ale ha un aspetto molto materno, alta, con le spalle larghe e un gran seno. Quella volta mi abbracciò e mi disse una cosa che mi stupì moltissimo. "Se avessi anche il minimo dubbio che tu possa stare male sul serio, ti porterei a casa immediatamente. Però siccome non credo che starai male, ora restiamo qui e aspettiamo il concerto. Poi se proprio non ce la fai, ce ne andiamo".
Il panico è strano, a volte mi bastava un niente per precipitarci dentro, e a volte con lo stesso "niente" me ne tiravo fuori. Quelle parole furono come una carezza, mi fecero sentire al sicuro, tra le braccia della mia amica.
Del concerto mi ricordo solo lui con la chitarra e il fatto che stavo bene, si era sciolto tutto quanto. Quelli erano i momenti che mi aiutavano ad andare avanti, perché mi dicevo che se riuscivo a passare da una situazione di estremo malessere, a una di benessere e calore, allora voleva dire che da qualche parte dentro di me le cose funzionavano ancora bene e che dovevo solo allenarmi a tornare nel mio luogo calmo sempre più spesso.

L'Ale ha appena avuto un bambino, l'ho saputo qualche settimana fa. Mi dico sempre: ora la chiamo, e poi non lo faccio mai.

 


Postato da: marinai a 13:18 | link | commenti (3)

venerdì, 23 dicembre 2005
Le cose importanti della vita

Io abito all'ultimo piano di una vecchia costruzione del centro storico. Non uno di quei palazzi tutti belli ristrutturati con la facciata rosso bolognese e gli scuri verdi. In uno proprio vecchio, cadente, con il portone storto e l'impianto elettrico delle scale che risale al dopoguerra.
Una delle peculiarità di questo caratteristico condominio è che condividiamo le tubature dell'acqua con il civico accanto. L'amministratore mi ha detto che secondo lui siamo gli unici in tutta Bologna a essere messi così, e all'ultima riunione si è detto stupito del fatto che io non avessi problemi di acqua all'ultimo piano.
Mi ha portato sfiga perché dopo un po' in casa mia è diventato impossibile fare la doccia. In un primo momento l'acqua non si regolava più. O era bollente o era gelida. Lavarsi era uno strazio ma, bene o male, ci si faceva. Poi la situazione è peggiorata. Se n'è andata a puttane la pressione e l'acqua veniva giù in un flebile rivoletto che non bastava per lavare un gatto. Ovviamente o troppo calda o troppo fredda.
Le conversazioni sull'argomento erano più o meno così.
- Devo fare la doccia
- Sì anche io
- Vai prima tu?
- No dai vai prima tu
- E se aspettassi domani mattina?

Non l'avrei mai pensato che si vivesse così male senza una doccia ben funzionante. Lavarsi era diventato un vero e proprio problema logistico. Prima i capelli nel lavandino, a parte. Poi un pezzo alla volta sotto quel rigagnolo d'acqua cercando di non prendere troppo freddo.
Dopo due settimane di sta storia eravamo tutti e due raffreddati.
Poi l'altra sera mi viene un'idea. L'unica che non avessi ancora provato.
Tra le caratteristiche amenità del mio appartamento c'è anche questa: il rubinetto generale dell'acqua non sta dentro casa, ma in un minuscolo ripostiglio nelle scale. Mi sono detta, vuoi vedere che qualcuno è andato a ciappinare con quel rubinetto e l'ha mezzo chiuso? Così armati di accendino siamo andati a smandruppare con il rubinetto, cercando prima di chiuderlo e poi di aprirlo al massimo.
Lì per lì non è successo niente e ce ne siamo andati a nanna sconsolati, ma il mattino dopo, per qualche strano miracolo di vasi comunicanti la pressione è tornata. Il santo protettore degli impianti antidiluviani si è accorto di noi. O forse era il folletto dei tubi. Fatto sta che l'acqua è tornata e che adesso è possibile farsi una doccia più o meno come dio comanda.
Ecco mi sono riconciliata con la vita. Pure il grillo parlante se n'è stato zitto per un po'.
Davvero uno si abitua a dare per scontate le cose, come l'acqua, e poi se vengono a mancare di rendi conto di quanto si vive male senza.
Non sarà un pensiero filosofico di portata trascendentale, ma basta a inserire la doccia a pieno titolo tra le cose che contano veramente nella vita. Poi un giorno avrò abbastanza soldi per comprarmi una casa con la vasca da bagno, e allora sarò una donna felice e pienamente realizzata.


Postato da: marinai a 11:52 | link | commenti (2)

giovedì, 22 dicembre 2005
Teoria del fancazzismo

Questo periodo caotico di impegni raddoppiati su tutti i fronti, mi ha fatto riflettere sulla mia pigrizia. In un mondo di gente che si sbatte di qua e di là per dire, fare, baciare, lavoro, famiglia, impegno, svaghi, realizzare, costruire, produrre, io appaio immobile. Tengo il motore al minimo, qualsiasi cosa la faccio solo quando non può proprio più aspettare.
Sono fatta così, e non mi piace.
L'assioma che sta dietro la teoria del fancazzismo è quello del rimprovero perenne. Ho sempre una cazzo di vocina da qualche parte che mi borbotta contro, e santo cielo come sei pigra, e non combini mai niente, e al lavoro sei svogliata, e le vacanze te le passi in casa a poltrire, e sono vent'anni che blateri di voler scrivere e non lo fai mai. La vocina è stronza assai, ma come darle torto?
Poi accade che per motivi più o meno contingenti, scaccio la pigrizia e per un po' di tempo mi trasformo in wonder woman.
Il capo in ufficio pretende che un lavoro appena iniziato sia finito per ieri? Pronti, ci si mette qui di impegno e si fa.
Finisce la pacchia del moroso casalingo e c'è da rimprendere a sfaccendare? Si fa anche quello.
C'è un racconto lì da sistemare che se non mi decido finisce che non me lo pubblicano più? Fatto.
Una marea di robe da studiare, scalette, schede, mappe, per il romanzo? Si trova il tempo anche per quello.
Due o tre regalini alle persone più care non li vogliamo fare? Ci si infila nel caos dei negozi la sera alle sette e si portano a casa anche quelli.
Olè, direi che c'è da essere soddisfatti.
Invece macchè, la vocina stronza non tace, non è mai abbastanza. Sta sempre lì a ravanare che si poteva fare di più, e meglio, e che qualcosa è sfuggito.
Allora ecco perché in genere nella vita preferisco dedicarmi al fancazzismo. Tanto quella mi rimprovera sempre e comunque. Quindi se non riesco a farla tacere in nessun modo tanto vale abbandonarsi alla pigrizia, no?
Non ho il senso del limite, è quello il problema. Giocare a fare wonder woman alla lunga diventa pericoloso per la salute.
Mi servirebbe una ciabatta per spiaccicare il Grillo Parlante contro il muro. Normalmente fa bene a dire le sue cose, ma sto giro mi sa che si è allargato un po' troppo.


Postato da: marinai a 13:56 | link | commenti (1)

lunedì, 05 dicembre 2005
Cambiamenti

Io odio i cambiamenti, anche quando sono positivi. Mi sento disorientata, come se mi fossi svegliata nel cuore della notte in una stanza sconosciuta. Forse un cambiamento radicale potrei accettarlo di buon grado. Se cambi lavoro, città o fidanzato, lo sai benissimo che ti aspetta una vita diversa, quindi in qualche modo ti prepari. Sono invece quei cambiamenti sottili, che alterano appena un po' i tuoi ritmi quotidiani, quelli che non ti accorgi quasi che stiano accadendo, se non quando ti ritrovi con le mani in mano a domandarti: ora che faccio? cosa prevede l'agenda dei miei ritmi quotidiani a questo punto? Ed ecco che ti rispondi che non prevede niente, non lo sai più.
Il moroso non è più casalingo, se ne va tutti i giorni a un corso di formazione, dalla mattina alla sera. Ha l'aria di quello tutto sommato soddisfatto di quello che sta facendo, e siccome in quasi cinque anni non l'ho mai visto così, lo guardo con sospetto perché non so cosa devo aspettarmi da lui.
La nostra casa è diventata presto un campo di battaglia, con vestiti sparsi ovunque, pile di piatti nel lavello, balocchi di polvere volanti ovunque. Sabato ho preso in mano la situazione e mi sono ritrovata a pensare che era quasi un anno che non lavavo i pavimenti. In casa c'erano prodotti di marche sconosciute, o quanto meno diverse da quelle che compravo io. Al posto degli stracci è comparso un mocio con tanto di secchio rosso. E non ci sono più i guanti per lavare i piatti. Non che queste cose non le vedessi anche prima, ma un conto è vederle, un conto è ritrovarsi a fare le pulizie con la sensazione di essere a casa di qualcun altro.
Insomma una sensazione quanto meno bizzarra.
Poi ho un po' di casini sul lavoro. Oggi mentre venivo in ufficio in autobus pensavo: questa non è la vita che voglio. Ogni volta che penso questa cosa mi sento in colpa. Mi viene da rispondermi: wei ciccia, che pretendi? Guarda a chi sta peggio di te. Credi mica che la vita sia come i cestini del body shop che te li confezioni a tuo piacimento scegliendo i prodotti dagli scaffali?
Comunque ecco che mi ritrovo ad arrivare in ufficio un'ora prima del mio solito, a trattare con distacco persone con le quali prima ero in confidenza, a tenere lo sguardo un po' basso mio malgrado e a nutrire soprattutto diffidenza.
Non si gioca più a WoW. Il moroso ha proprio chiuso del tutto, io mi tengo giusto un'oretta ogni tanto, ma è tutto quel mondo e quella mentalità da giocatori accaniti a essere defunta. Di certo non è un male, anzi, ma anche questo, in un certo modo è destabilizzante.
Alla fine ho fatto un bilancio di tempo e mi sono resa conto di una cosa. Ho sottratto tempo libero a causa del lavoro (non riesco mai a uscire di qui prima delle sei), e a causa delle faccende di casa. Ne ho guadagnato smettendo di giocare. Alla fine il bilancio è risultato positivo. Ho più tempo di prima, malgrato l'aumento degli impegni. Quindi ho letto due libri in una settimana (cosa questa che normalmente riesco a fare solo in agosto) e ho lavorato un bel po' al mio romanzo.
Ogni volta che dico sta cosa del romanzo mi viene da dire: ma che palle, un'altra persona che scrive il suo romanzo!
Malgrado un paio di incoraggiamenti a proseguire sulla strada della scrittura, mi sento ugualmente ridicola con questa mia ambizione. Però non fa niente, mi sento ridicola ma vado avanti uguale. Credo di averne in una certa misura bisogno. Più tempo passa più mi rendo conto che questo mondo non mi piace, o meglio che in questo mondo trovo ben pochi motivi di soddisfazione e di piacere. Poche persone, poche attività, pochi luoghi. Troppo poco per riempire appieno una vita. Ed è anche troppo forte il desiderio di estraniarsi, di avere uno spazio mentale intatto, dove sono solo io che detto le regole, i ritmi, le necessità.
Così mi ritrovo con tre sole paia di pantaloni invernali e i maglioni degli scorsi anni un po' consunti, perché i soldi che avrei potuto spendere in abbigliamento sono stati destinati all'acquisto di libri che mi servono che costruire la mia ambientazione. Una volta questi conti non li facevo mai. Spendevo sempre tutto quel che potevo spendere e mi fermavo solo davanti al conto corrente in rosso. Anche questo è un altro cambiamento.


Postato da: marinai a 12:32 | link | commenti (5)

 

Presentazioni

1. È provato oltre ogni dubbio che il fumo è una delle ragioni principali della statistica (Fletcher Knebel)

2. L'oca è l'animale ritenuto simbolo della stupidità, a causa delle sciocchezze che gli uomini hanno scritto con le sue penne

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