E' uscita su Repubblica un'intervista a Niccolo Ammaniti, da cui si scopre che anche lui gioca a World of Warcraft.
Voglio citare direttamente qualche stralcio dell'intervista (spero si possa).
"Il gioco on line, dove posso interagire con altri personaggi che incontro, e dunque con altri giocatori come me, che siedono contemporaneamente davanti ad un computer, magari dall'altra parte del pianeta.. Il passaggio fondamentale è stato con World of WarCraft, dove entri in un mondo da cui è difficile uscire. Perché c'è un aspetto ludico fondamentale: il tuo personaggio deve crescere, deve diventare importante, dunque devi entrare all'interno di una gilda dove ci sono altri da cui ricevi piccoli aiuti, e cresci, impari, combatti, fai le quest, che sono compiti cui devi assolvere per guadagnare soldi ed esperienza. E soprattutto ci sono persone come te che giocano: così nascono grandi amicizie, andate insieme a scoprire mondi praticamente infiniti che attraversi con tempi lunghissimi, per andare da una parte all'altra puoi impiegarci quindici minuti. Io non riesco a trattarlo come un gioco: sai che devi stare attento a quello che dici perché l'altro si può offendere, cominciano a piacerti i personaggi. Per esempio, mi piaceva tantissimo un'elfa bellissima: ma non ho mai capito se fosse in realtà davvero una donna, e non avevo il coraggio di chiederglielo. Giocare on line non è come le chat, dove entri e parli di te. Qui hai da fare, ed è difficile staccarsi".
"Ho dovuto giurare che finché non finivo il libro smettevo: avevo capito che stavo diventando veramente dipendente, al punto che mi svegliavo la mattina e pensavo nei termini dell'altro mondo, era come se sloggiassi dal gioco per poter vivere qualche ora nella vita normale per poi tornare al mondo reale, quello del videogioco... A un certo punto anche nei sogni mi sognavo vedendomi di schiena, come sul monitor. Come se il gioco stesso fosse un programma che ti riempie tutto l'hard disk e ti lascia uno spazio microscopico per poter vivere. Un po' inquietante: specie se mi fosse successo in quel periodo della mia vita in cui ho sentito la necessità di scrivere per raccontare storie che avvenivano in un altro mondo e non mi appartenevano. Scrivendo, era come se aprissi la porta e in un certo senso facessi un videogioco: ma era un romanzo. Se avessi cominciato prima con World of WarCraft, probabilmente non avrei fatto lo scrittore, mi sarebbe stato sufficiente giocare per potermi creare un mondo diverso da quello in cui vivevo".
[Da La Repubblica on line, intervista a Niccolò Ammaniti]
Questa intervista la leggo esattamente il giorno in cui riflettevo sull'opportunità o meno di provare a scrivere un romanzo, domandandomi, tra le altre cose, dove avrei trovato il tempo di farlo se continuavo a dividermi tra lavoro e gioco.
Poi torno a casa la sera, e come tutte le sere, trovo il moroso anche lui rientrato da poco, davanti al pc a giocare a wow. Mi levo le lenti a contatto, cambio le scarpe con le pantofole, i pantaloni con la tutta, faccio due coccole al gatto, prendo una sigaretta, accendo il pc e mi collego anche io a wow. Dieci minuti dopo il moroso mi dice: vabbè io stacco. Lo guardo come si guarderebbe un ufo. Sta zitto un attimo poi mi dice: ora controllo quando scade l'abbonamento, e poi non lo rinnovo più.
Direi che nell'aria ci sono segnali precisi che farei bene ad ascoltare
Telecom non mi molla. Come un fidanzato piantato in asso mi perseguita con profferte sempre più incredibili. Hanno detto che mi regalano 500 euri di ricarica al cellulare e che mi faranno pagare internet e telefonate la metà di quello che mi chiede fastweb. E si va sempre più sul grottesco.
Davanti alla mia ennesima spiegazione del perché non voglio tornare con telecom, parte l'accorato mea culpa dell'incaricato fedelissimo alla propria azienda (del tutto diverso da quello che mi aveva telefonato qualche settimana fa). Lui è molto dispiaciuto dell'accaduto e dà la colpa alla maleducazione del singolo operatore del 187. Faccio notare che non si tratta di un singolo operatore, ma di un intero servizio che non funziona; e qui il signor incaricato telecom fedele all'azienda mi *spiega* che telecom una volta era un'azienda pubblica e che purtroppo ancora in alcuni che ci lavorano permane la mentalità parassitaria dell'impiegato pubblico.
La mentalità parassitaria dell'impiegato pubblico? Gli operatori dei call center? Precari, interinali, senza nessuna garanzia nè prospettiva, nè formazione? Se questi lavorano male e arrivano a mandare a fare in culo i clienti sarebbe colpa della mentalità da pubblico impiegato?
Ma siamo matti?
Ma non basta. Nel tentativo di convincermi a mandare raccomandata di disdetta al mio gestore l'argomentazione è la seguente. Lei non deve pensare che mandare questa raccomandata implica automaticamente tornare con telecom. Perchè vede, quello che succederà non appena fastweb riceve la raccomandata è che la chiameranno e le offriranno lo stesso servizio che lei ha adesso a un prezzo migliore. Così lei potrà contrattare. Quindi vede da sè che se accetta la mia offerta lei sicuramente in un modo o nell'altro ci guadagna.
Io vorrei sapere, ma è vera sta cosa? Se invece di fare il cliente tranquillo, che paga le sue bollette e non rompe i maroni, mi metto a fare il balletto delle raccomandate di disdetta, riesco a tirare sul prezzo? E se metto in atto una triangolazione di disdette incrociate tra telecom, fastweb e tiscali, navigo gratis e felice per mesi se non per anni?
E poi infine, altra domanda, ma c'è un modo per essere lasciati in pace una volta per tutte? Nell'ultima settimana ho ricevuto le seguenti telefonate:
- Telecom per offerta speciale ex-clienti pentiti.
- Sedicente centro antifumo privato per offerta controllo gratuito elasticità polmonare (e questi vorrei davvero capire chi cazzo sono e se hanno tutto in regola).
- Centro benessere et fitness per offerta di una non ben precisata macchina per dimagrire (e questa è stata la più bella perché l'ho zittita dicendo: ah guardi, io peso 43 chili, veda un po' lei)
Davvero. Se qualcuno sa come farli smettere me lo dica.
Io non sono una persona maleducata, non mi piace sbattere il telefono in faccia a gente che in fondo sta solo facendo il proprio lavoro. Quindi prima di essere costretta a cambiare le mie sacrosante norme di relazione con gli altri, vorrei scoprire se esiste un metodo per non essere più disturbati.
Non mi piaceva il natale. Mi davano fastidio soprattutto le luminare. Le trovavo inutili, pacchiane, e soprattutto le odiavo quando guidavo, perché mi distraevano e le confondevo con i semafori.
A Bologna, in Strada Maggiore ogni anno c'è il mercatino di Santa Lucia. Sono due file di bancarelle sotto il portico, dove a prezzi salati vendono addobbi natalizi e ciappini di varia natura. Tra il 1985 e il 2000 sono passata da quel portico ogni giorno. Sono quindici anni di ricordi natalizi tutti legati al mercato di santa lucia. Dei primi ricordo solo che ero triste e incazzata. Natale va con famiglia. Ce lo insegnano i film, soprattutto quelli americani. La mia di famiglia si era sfasciata proprio in quegli anni, e quel cavolo di mercatino mi stava sulle balle. Mi ricordo che dietro una bancarella c'era una tizia biondo platino, molto truccata, con piumino bianco, maglione rosa a collo alto, e i doposci ai piedi. Aveva sempre i pantaloni attillati e il culo in bella mostra. Vendeva orsi di peluche, di tutte le dimensioni. Ce n'erano anche di enormi, e rosa. Non so perché la tizia mi colpiva molto, lei e tutto quel rosa che c'era attorno.
Da un certo momento in avanti il natale ha cominciato a piacermi. Devo aver pensato una cosa del tipo: ma sticazzi, tutta sta gente giuliva che sciama per il centro e io devo sempre essere triste per qualcosa? Allora sono andata a comprarmi un albero di natale e tutte le palline colorate ci ho messo sotto i regali e sono rimasta a vedere l'effetto che fa.
Un anno ero felicissima. Avevo incontrato una persona in autunno, c'eravamo messi assieme. Ero innamorata persa, camminavo letteralmente a dieci centimetri da terra. Il mercatino di santa lucia mi sembrava un luogo fatato, un tripudio di luci e di atmosfera. Un pomeriggio prima di tornare a casa mi comprai un pendaglio a forma di cuore, fatto di uno strano materiale che cambiava colore a seconda della temperatura del corpo. Me lo misi la sera stessa per uscire col mio ragazzo, e per mettere quello mi tolsi un girocollo d'oro che mi aveva regalato mia madre per la laurea. Quella notte vennero i ladri a casa mia, portarono via quel poco di valore che c'era, compreso quel girocollo, che avevo portato addosso ininterrottamente per anni e che solo quella sera mi ero tolta. Non me lo sono mai perdonato.
Un paio di anni dopo la mia relazione era terribilmente in crisi. Giravo per quel portico con le lacrime agli occhi e mi sentivo così sola, così stupida, così irrimediabilmente sfigata. E non potevo sopportare quel cavolo di mercato finto, e la gente finta che comprava, e i venditori finti che vendevano e quella stupida festa che si ostinava a presentarsi puntuale ogni anno.
L'anno successivo a natale ero sola. Il mercato era sempre lì. Non ero nè triste nè allegra, ero e basta. Il mio psicologo mi ricordò come mi ero sentita il natale precedente, e anche tanti altri natali prima. Mi chiese se non mi ero accorta del fatto che avevo smesso di sentirmi sola, sfigata e triste. In effetti aveva ragione lui. Qualche mese dopo mi disse che, per quanto lo riguardava, potevo anche smettere con la terapia. Ci ho messo poi altri due anni a decidermi, ma alla fine l'ho smessa.
Ci sono stati gli ultimi natali, senza il mercatino di santa lucia perché strada maggiore non fa più parte dei miei percorsi quotidiani. Ho sempre il mio albero, con le sue brave palline. Ogni anno butto quelle più vecchie e ne compro un paio di nuove. Non in santa lucia però, perché lì sono davvero troppo care. Ho comprato anche un calza della befana e un pupazzo con il cappello rosso e la carota al posto del naso.
L'anno scorso è stato strano. C'era grossa aria di crisi in casa. Il moroso e io eravamo stati sul punto di lasciarci qualche settimana prima. Con mia madre ci avevo litigato e nessuna delle due aveva voglia di farsi sentire. Mio padre come al solito era con il resto della sua famiglia.
Un bel natale di merda, mi sono detta.
E subito dopo ho accettato il fatto che potevo anche passare un natale di merda e non sarebbe caduto il mondo.
Fatalmente ogni volta che mi rassegno al fatto che una certa cosa va male, e che accetto il fatto che possa andare male senza particolari drammi, va sempre a finire che succede qualcosa di bello.
Il natale scorso fu scoprire che una mia collega non aveva niente da fare il giorno di natale. Allora l'ho invitata a pranzo. Abbiamo mangiato i tortellini in brodo, proprio come si deve. L'abbiamo passato così, in tre, il moroso, la collega e io. Ho messo le candele, e c'erano un sacco di cosette buone, dolcetti, frutta secca, vino, limoncello, cioccolata, panettone, pandoro e tutte quelle cose lì. Ce la siam passata così bene tutti e tre che alle cinque eravamo ancora a tavola a chiacchierare, bere e mangiare.
Quest'anno boh, vediamo come andrà. A pensarci a me va bene qualsiasi cosa. Basta che posso tirare fuori il mio alberello di plastica, le palline, i fili argentati, il pupazzo con il naso a carota e tutto il resto.
p.s. questo post non ha qualche significato particolare, e non è nemmeno un post natalizio, vista la data. E', e basta.
1. È provato oltre ogni dubbio che il fumo è una delle ragioni principali della statistica (Fletcher Knebel)
2. L'oca è l'animale ritenuto simbolo della stupidità, a causa delle sciocchezze che gli uomini hanno scritto con le sue penne
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